“Un oggetto perfetto al punto da cancellare le nostre tracce…Tale è la difficile via della salvezza.”
Alain Robbe-Grillet
A distanza di quasi vent’anni,in un contesto culturale profondamente trasformato, il giovane scrittore francese Alain Robbe-Grillet, pubblica per la prima volta in “ Una via per il romanzo futuro” la raccolta dei suoi saggi e scritti di poetica giovanili.
Grillet constata in modo diretto e disincantato lo stato di decadenza del genere romanzo, per interrogarsi sul suo destino e sulle sue possibilità di rinascita.
Partendo da una critica del romanzo tradizionale e delle sue fondamenta psicologiche, passando attraverso la valutazione delle difficoltà intrinseche al radicale rinnovamento della forma letteraria e della sua comunicabilità, giunge rapidamente al tema centrale del discorso.
Egli riconosce e denuncia la visione del mondo alla base del romanzo classico: una visione antropocentrica che sovrappone le proprie categorie interpretative alla realtà e la nega nella propria oggettualità, per scomporla fino ad appropriarsene come riflesso del proprio spirito.
Dallo smascheramento di questo universo di significati emerge finalmente un mondo solido; una realtà non riducibile ad alcun significato esterno, dove oggetti e gesti si impongono finalmente per la loro presenza e la loro indifferenza all’uomo.
Grillet ci pone senza mezzi termini dinanzi a questa ritrovata realtà: “ Ora il mondo non è né significativo ne assurdo. Esso semplicemente è. (…) Attorno a noi, sfidando la muta dei nostri aggettivi animisti o sistematori, le cose sono là. La loro superficie è netta e liscia, intatta, ma senza ambigui splendori o trasparenze”.
Le cose cessano dunque di essere simboli che rimandano alla profondità dell’animo o ad altrove metafisici, per significare soltanto sé stesse.
La “destituzione dei vecchi miti della profondità” segna quindi il definitivo cambiamento dei rapporti fra l’uomo e l’universo e rende da oggi possibile una via per il romanzo futuro.
La violenta reazione della critica, e di parte dei lettori, a questa affermazione dà modo a Grillet di rispondere portando ulteriormente avanti la propria riflessione[1].
L’umanesimo tradizionale, col pretesto che l’unica percezione possibile sia quella soggettiva, elegge l’uomo a giustificazione di tutto. Parallelamente, in letteratura, l‘uso sistematico del linguaggio viscerale ed analogico, che ci rimanda continuamente alla nozione di un’unità nascosta e di una coscienza comune a tutta la creazione, tradisce il riferimento a un sistema metafisico.
Ma l’uomo può rifiutare la condanna perenne di una realtà panantropica, e rivendicare finalmente la propria libertà : “ l’uomo guarda il mondo e il mondo non gli rende lo sguardo. L’uomo vede le cose , e si accorge,ora, che può sfuggire al patto metafisico che altri aveva concluso per lui un tempo, e che parimenti può sfuggire all’asservimento e alla paura. Che può… che almeno potrà un giorno.”
L’uomo e il mondo si sono separati senzdolore: ora come liberare anche il romanzo dal condizionamento alla comunione o alla tragedia che ci impone la nostra civiltà mentale?
Come lo sguardo resta il migliore strumento per definire la nostra posizione rispetto al mondo, così il linguaggio descrittivo, misuratore, indica la strada per una nuova arte del romanzo.
La descrizione infatti, ponendosi volontariamente all’esterno delle cose e di fronte ad esse, non tenta più di appropriarsene né di farne il supporto di qualsivoglia proiezione: fermandosi sulla superficie degli oggetti ne garantisce l’estraneità e l’indipendenza.
La limitazione contenuta nel linguaggio descrittivo, è anzi ciò che ne garantisce l’efficacia:
riducendo le possibilità di interpretazione, stringe la distanza fra l’oggetto e la sua immagine comunicata, e nega la possibilità di rimando a qualsiasi aldilà significante.
Come in quei sogni che anticipano a frammenti la percezione lucida della realtà[2], in cui oggetti e avvenimenti sono intercambiabili, così il romanzo futuro, nella sua stretta aderenza alle cose, potrebbe essere lo strumento che ci disvela il reale non duale.
Interessante come Robbe-Grillet sottolinei come proprio il linguaggio, quale universo di segni autoreferenziali per eccellenza, possa essere uno strumento di indagine privilegiato nell’universo di segni in attesa di essere rivelati, che è il mondo.
Con un percorso convergente la preminenza dello strumento linguistico emerge anche da una constatazione della crisi di quegli elementi che la critica individuava come i fondamenti del romanzo tradizionale.
Il passaggio dall’epoca dell’apogeo dell’individuo a quella del numero matricola, ha decretato la fine del romanzo di personaggi. In un mondo che ha rinunciato all’onnipotenza della persona, non può più esistere l’eroe: il personaggio indietreggia e lascia il posto a un simulacro vuoto ormai privo di qualsiasi credibilità.
Contemporaneamente anche la storia, considerata ora frivola, ora ingannevole, ora troppo didattica, perde di consistenza : finisce anche l’epoca del romanzesco.
Così, ci suggerisce l’autore, se il romanzo sopravviverà a questa profonda crisi non potrà che assumere la forma di un romanzo senza romanzesco.
Del resto, ribadisce Robbe-Grillet, l’accusa di formalismo che gli viene rivolta, e che affonda le radici nell’intramontabile contrapposizione fra forma e contenuto, non è altro che l’ennesimo tentativo di negare all’arte la propria autonomia.
Tentare di ridurre il romanzo, o qualsiasi opera d’arte, a un significato che gli è esterno, è infatti negare alla radice la natura stessa dell’arte.
Essa è priva di contenuto e di finalità: essa è, e non necessita di giustificazione poiché la sua realtà risiede nella sua stessa forma.
Il vero scrittore diviene allora colui che non ha niente da dire, (colui che deve creare un mondo dalla polvere) ed il formalista colui che, pur di vedere accettati i propri contenuti adotta una forma sclerotizzata che è solo “rispetto delle regole morte”.
Ecco dunque che null’altro è Il romanzo se non forma: forma costruita del linguaggio.
“Infine, occorre ammetterlo, poiché tutto porta a questa conclusione: l’Arte non è che una Forma; ma (conviene chiudere gli occhi su quanto di vanaglorioso può avere l’espressione) è probabilmente la forma del mondo”.
[1] Due anni dopo, nel 1958, In “Natura, umanesimo, tragedia” , Robbe-Grillet, risponde all’accusa mossa dalla critica che la “destituzione dei vecchi miti della profondità” comporti necessariamente la “negazione dell’uomo”.
[2]Confronta “Joe Busquet, il sognatore” , in cui Robbe-Grillett a partire dalla valorizzazione dell’esperienza onirica operata dai surrealisti , affronta il tema dell’arte come sogno lucido.