Se infatti sul piano della visione del mondo (e della relazione fra uomo e mondo) i due autori assumono posizioni opposte, proprio nel campo della visione dell’arte e nell’utilizzo dei suoi strumenti specifici ( ovvero nell’operatività della poetica), mostrano sorprendenti analogie [1].
Il che dimostra in primo luogo come, indipendentemente dalla sua collocazione nell’interpretazione del reale e dalla sua possibile teleologia, il processo di costruzione della forma debba sempre rispondere, in un modo che si potrebbe dire “naturale”, agli strumenti propri della disciplina artistica a cui appartiene.
E’ invece proprio una riflessione sulla finalità con cui si compie tale processo che ci consente di entrare nel merito del confronto fra le due antitetiche visioni del mondo di cui si fanno portatori Stravinskij e Robbe-Grillet.
Infatti, mentre Stravinskij, attraverso lo strumento della scelta ovvero del dogma, elegge l’uomo ad elemento “ordinatore” dei molteplici frammenti e possibilità del reale nell’opera d’arte, Alain Robbe-Grillet chiede all’uomo di rinunciare alla visione antropocentrica del mondo, indietreggiando dinanzi ad esso fino a ritrovare il proprio posto come sua parte, e non più come suo determinante. Rinuncia necessaria per la rivelazione del vero senso del reale: il non duale che solo può risiedere nella pura oggettualità.
Ed ecco ritornare il tema della finalità del processo artistico, come conseguenza coerente di queste premesse: così, ancora, mentre per Stravinskij lo sforzo ordinatore condotto dall’artista è guidato dal fine ultimo e superiore del raggiungimento dell’unità nell’opera quale elemento di comunione con il prossimo, per il romanziere la forma “oggettuale” resta priva di finalità proprie se non quella stessa della propria immanenza. Dunque forma aperta al caso e al cambiamento che deriva però con precisa coerenza, (assieme alla concezione del nouveau roman e degli strumenti che gli sono propri) da quella gnoseologia individuata da Alain Robbe-Grillet quale base della propria poetica.
Ma non potrebbe, forse, proprio l’assunzione di questa gnoseologia rappresentare la scelta del più radicale dei dogmi?
Così, al termine di questo confronto, due punti apparentemente contrapposti si sono rivelati come estremi che quasi si rincorrono in una circolarità.
Se attraverso di essi abbiamo potuto riflettere sul tema della forma all’interno del più vasto campo dell’arte, il terzo riferimento che ora affronteremo, proprio come un terzo punto che definisca il passaggio del cerchio, ci riporta nel campo dell’architettura tentando una riflessione all’interno degli strumenti della nostra stessa disciplina.
[1] Non solo nella scelta dei temi, e nel convergere di posizioni (ferma dichiarazione dell’indipendenza dell’arte e della sua impossibilità a comunicare alcun significato che le sia esterno; affermazione dell’assoluta priorità della forma come stessa ragione d’essere del fare artistico;condanna al persistere di una visione tardoromantica, e ancora contro i tentativi di asservimento dell’arte alla politica operati dalla rivoluzione sovietica ), ma anche, come nel caso della critica al concetto di formalismo,nella citazione di aneddoti simili.