Perché una riflessione sulla poetica.
“Lo stolto è colui che ricomincia sempre da capo e si rifiuta di svolgere in modo continuo il filo della propria esperienza”
SenecaQualunque sia l’interazione con il mondo a cui ciascuno di noi viene quotidianamente chiamato, è immediato constatare che sarà tenuto a confrontarsi con quella continua moltiplicazione delle possibilità, che sembra oggi diventata l’aspetto più caratterizzante della realtà contemporanea.
Moltiplicazione continua, almeno in apparenza infinita, generata dalla replica di ciascun elemento del reale, secondo ogni direzione e interpretazione soggettivamente possibili; ciascuna ovviamente nel sacrosanto diritto di affermare se stessa.
Infinite possibilità, infinite alternative, infinite equivalenze che, rimandando le une alle altre come in un labirinto di specchi, minacciano di indurci ad una totale perdita di orientamento.
L’esperienza pratica ci dimostra continuamente come qualsiasi scelta che voglia essere coscientemente valutata, sia sempre più difficile e in alcuni casi rischi la paralisi dinnanzi all’offerta esuberante di risposte possibili.
Nel campo dell’architettura, quali risposte sono possibili?
Come e dove ricercare un punto fermo, da cui ripartire col nostro percorso alla ricerca di strumenti operativi che ci riscattino dall’immobilità?
Un’occasione interessante per cominciare a ripensare le condizioni del nostro fare come processo creativo (cioè le stesse condizioni del “fare forma”) ci può essere offerta dal confronto di due differenti ipotesi di “poetica” sviluppate rispettivamente, in campo musicale da Igor Strawinskij, e nell’ambito del romanzo da Alain Robbe-Grillet, nel ventennio fra il 1940 e il 1960.