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mercoledì 26 aprile 2006
  “Muoversi” in città
L’architettura si trascende in edifici isolati in un tempo che ha ormai consumato le visioni di una città come aggregato di riferimenti e prototipi, dove il fatto urbano è il determinante dello spirito di una città e dove Il monumento è dato dal valore sociale che esprime che solo il tempo può determinare. Così La città ormai si determina in tipi che sempre di più cerca di indagare, per volgere ad una sola loro immagine di realtà; una ricerca affannosa e infinita, verificata soltanto nella stessa necessità dell’immanenza. Quel contrasto tra particolare e universale che si fa volontà, azione e costruzione.
Il fatto urbano si verifica ogni giorno nella sua imperfezione e nella sua importanza, non è perno alle attenzioni e ai riferimenti, ma determinante a priori dell’idea stessa della città della quale fa parte.
In tutta la teoria sul nuovo approccio all’urbanistica e alla pianificazione di Rossi la città è il riferimento universale dell’abitato, un concetto nuovo al quale oggi volgiamo naturalmente e che rientrerà, come per Guilles Clement, nel significato stesso di paesaggio: “il paesaggio è ciò che si vede dopo aver smesso di osservarlo.” Paesaggio e città osservati nella loro complessità senza più alcuna barriera geografica e semantica a dividerli, ma soltanto la volontà, piuttosto che la resa, di governare al meglio le scelte inevitabili che richiede. Ciò che ci appare non è l’argomento di una sola scienza ma l’insieme di realtà e memoria, così appare la città al nostro volgerci da essa, un ricordo dove i singoli fatti urbani si uniscono per assumere nella loro complessità e complementarietà il carattere della città.
Ogni città ha un carattere che ci portiamo dentro, che abbiamo verificato empiricamente o imparato indirettamente per immagini o parole. L’idea stessa di città è frutto della collettività che ne precisa, con un giudizio, il suo state of mind. Ma nel suo insieme è paesaggio nella su accezione più complicata e irreversibile, è l’insieme delle tipologie e dei pro-totipi che si uniscono senza volontà nell’idea di un luogo donando a questa una identità.
Quel contrasto tra particolare e universale che Rossi riconosce come inesauribile energia, si risolve nella resa della natura inconscia e indicibile che progressivamente si confà alla fede verso la patria assente di cui per natura fa parte: “si proviene da un interno per raggiungerlo di nuovo e si è costretti ad abbandonare tutti quelli che si incontrano – e quello da cui proveniamo non è mai più raggiungibile. Ma l’aperto per cui si procede è costantemente rigenerato da tale provenienza”.
Particolare e universale si confrontano in una ricerca infinita nel campo del molteplice, ma è solo nel mare, laddove nascono e permangono i prò-blemi, che si può cercare una via. Poiché il mare è fecondo di isole, portatrici di speranza.

Nella teoria dell’arcipelago, Cacciari, non si arrende di fronte alla constatazione che una visione inclusivista sia l’unica capace di dare una risposta all’analisi dell’ organizzazione dell’abitato. Sulle isole le città che nel loro pélagos contengono altre isole, poi altre isole, e tra loro il mare che le separa e le unisce: “Anche quando appare in tutta la sua immensità, non vien meno la fiducia che un cammino vi sia e che ad una di esse conduca. Dal Mare non nascono né vite né ulivo, ma le isole, si, che danno loro radice. Questo mare non è dunque astrattamente separato dalla Terra. Qui gli elementi si richiamano, hanno l’uno dell’altro nostalgia. È il are per eccellenza, l’archi-pélagos, la verità del Mare, in un certo senso si manifesterà, allora, la dove esso è il luogo della relazione, del dialogo, del confronto tra le molteplici isole che lo abitano: tutte dal mare distinte e tutte dal mare intrecciate; tutte dal mare nutrite e tutte dal mare arrischiate”. La complessità delle isole diventa una complicità in favore di un tendere comune. Quella specificità delle isole che le differenzia e quel “carattere” dell’isola-città, diventano parte di un processo significato nell’idea di raggiungere l’unità. Ma è la stessa impossibilità di diventare uno solo a garantire il valore di ogni singola isola, quella tensione generata dalla competizione, dall’ambizione di ognuna a rimanere se stessa in uno scambio inevitabile con le altre.

capitolo 2
ale!
fa
 
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