to design takes talent to program takes genius!
MAS-men
mercoledì 26 aprile 2006
  Procedere per frammenti

“Ciò che volevo era semplicemente frammentare l’architettura. Capivo che le componenti di un edificio dovevano incontrarsi in modo più fluido. Volevo inoltre, che ciascun elemento architettonico fosse a sua volta un insieme di piccole particelle”.

Aver ricondotto l’architettura delle città a una disciplina artigianale che si muove nel campo della moltitudine fa si che si rendano interessanti quegli approcci che si relazionano al reale come a un sistema complesso ma intelleggibile tramite lo studio delle sue parti.
Un punto di vista che trova una traduzione progettuale nel lavoro di Kengo Kuma, architetto giapponese conosciuto come uno dei migliori interpreti dell’architettura contestuale giapponese,
Oltre ad affermare che l’unico suo interesse sia la frammentazione dell’architettura e della realtà per poterla comprendere e completala, egli si esprime in termini ancora più radicali quando si pone come traguardo la volontà di cancellare l’architettura.
Obiettivo che non deve essere letto come provocazione in termini formali, ma piuttosto una volontà che affonda le radici nei valori della ricca tradizione giapponese. Dagli scritti alle architetture si genera un percorso circolare, lo stesso che porta, con l’esercizio, al fine ultimo della spontaneità nel suo movimento continuo senza più il limite tra strategia e tattica.
Nell’assenza di mire utopiche e nella continuità delle proposte sta il fascino di un lavoro che si nutre contemporaneamente di stimoli reali e pretese utopiche. Le lamelle di legno che si alternano come strati verticali a proteggere l’interno e la monotonia della ripetizione infranta dall’asimmetria, non sono soltanto espressioni della poetica progettuale, esse esplicitano il desiderio ottimista di proporsi mondo senza pregiudizi, inserendosi con volontà in un mondo che prima di essere risolto deve essere compreso. Le costruzioni curate nei dettagli, ai quali spesso relegano il senso più profondo, si inseriscono nel paesaggio come una vera e propria congettura formale. Esse sono l’inizio, un primo passo, che seppur piccolo è l’unica opportunità che l’architetto possiede. Non a caso nei suoi scritti, dettagli e visioni del mondo hanno pari dignità, l’uno non può vivere se non alimentato dall’altro, e nessuno dei due può avere un senso da solo.
Non esiste la formula magica capace di riassumere la sua poetica, ma è chiaro il modo di porsi di fronte alla responsabilità di fare architettura. L’architettura è vista come la possibilità di cambiare il mondo e obbligare gli uomini a un qualcosa che spesso non chiedono, una forma di invasività che lo stesso Kengo Kuma non tollera, ma, vista l’irrinunciabilità, accetta, facendo di questo paradosso il motivo per dover a tutti i costi pensare e sognare un mondo migliore e poi concretizzarlo nella realtà.
Tutto ciò per commentare come non ci sia “dolore di forme” tra il progetto pensato e quello realizzato, poiché il vero dramma si genera prima, prima ancora che l’idea di una forma prenda vita. In questo modo ogni progetto celebra una sconfitta, la migliore che si poteva pensare di ottenere, ma pur sempre la celebrazione di un artificio che esiste soltanto per l’assenza i alternative.
Ma ciò che più mi preme sottolineare è come Kengo Kuma faccia di questo suo atteggiamento una pratica progettuale consueta e come questa si avvicini alla continua messa in gioco del punto di vista, quell’insieme di relazioni tra i sistemi chiusi nei confini di un’isola, focalizzata dal fermarsi della lupa, della lente d’ingrandimento.

Senza imporre insegnamenti Kuma propone un atteggiamento disincantato di fronte alla problematicità del molteplice. Evitando di confrontarsi in una sfida personale con le utopie, preferisce i sogni per dare un senso alle idee, servendosi dell’ironia per concretizzarle.

Così, di fronte all’obbligo per lui scomodo di dover utilizzare la pietra per realizare muri, si presta a scomporre il materiale stesso in una forma che faccia del muro l’unione di tante parti dove il vuoto che le alterna diventa la possibilità data alla costruzione di non isolarsi dal suo esterno, lasciando all’aria e alla luce la libertà di passare. Di fronte alla difficoltà di governare il tutto rappresentato dalla monoliticità di un muro che avrebbe trovato poco riscontro nei presupposti del progetto – nell’idea – egli ne frammenta materialmente il volume trovando la giusta dimensione dei frammenti.

Il legno tagliato a strisce orizzontali nello smaterializzare la verticalità della casa, la partizione geometrica della facciata che supera i profili del volume costruito, il vetro a cingere interamente la rotondità di un spazio appoggiato sull’acqua, non sono che tentativi di governare la quantità di informazioni per riassemblare le parti dopo averle frammentate e conosciuto il significato.

capitolo 4 -
alè!
fa
 
  Responsabilità di forma
“Sul frontone del tempio comune a tutte le isole e a tutte le città dell’arcipelago sta inciso: conosci te stesso.
L’approccio alla città, partendo dal presupposto che la complessità della lettura è la ricchezza del reale, e la consapevolezza delle sue parti è strumento necessario, presuppone inevitabilmente un sentimento di sconforto di fronte alla moltitudine di quel processo che si auto alimenta di azioni e reazioni nel tempo.
La soluzione non c’è, o per lo meno deve essere generata con l’irriverenza della convenienza, non tanto al sistema città, quanto alla volontà del singolo che si cimenta nell’impresa di migliorare la qualità dell’abitare. Sotto vesti diverse si celano i tentativi e le giustificazioni di un’impresa disperata. Se ne deduce che, come per le isole il solo tendere verso la loro irraggiungibile unione, per l’architetto sarà lo slancio cieco a garantirgli il miglior successo. Quello slancio cieco, carico di speranza, è la congettura, l’antidoto alla stasi intesa come la mancanza di rapporto causale tra le cose, l’unica arma in mano all’architetto che è ormai l’espressione di un trauma. “Congettura è un inizio, è affermare la propria ignoranza, ma non come limite, come punto di partenza su cui procedere, è la negazione del relativismo, è il limite che ci identifica, è sapere di non sapere per iniziare a sapere.
Ogni progetto in campo urbano è progetto di ricerca, è retorica, e solo se è retorica è la ricerca del vero, usando parole, esempi, concetti, per rappresentare il mondo; ma non deve nutrirsi dell’autoreferenzialità inflazionata dell’approccio multidisciplinare che troppo spesso ha portato, nella teoria e nella pratica urbanistica, a risultati sterili.
La moltitudine, come già precisato, è l’avversario con il quale indire la sfida della forma, perché non saranno grafici ne parole ma scelte formali a concretizzarsi nella realtà tangibile.
Circoscrivere un momento in cui intervenire, stabilire quali siano le forze in campo e lo spazio in cui muoversi, Iniziare, e perseguire la ricerca pensando che qualsiasi conclusione dovrà rispondere alle esigenze quotidiane verificate empiricamente sono i traguardi da raggiungere. Se sono sfide con ciò che non si possiede e si governa, e traguardi da affrontare senza gerarchie, ogni progetto sarà contestualizzato al luogo che l’ha fatto nascere, quel locus come “quel rapporto singolare eppure universale che esiste tra una situazione locale e le costruzioni che stanno in quel luogo”e come “…un fatto singolare determinato dallo spazio e dal tempo, dalla sua dimensione topografica e dalla forma, dall’essere sede di vicende antiche e nuove, dalla sua memoria.”

Dopo ogni constatazione e precauzione se ne deduce che il progetto urbano si affronta con la determinazione dell’artigiano a risolvere il problema o migliorare la situazione. Non sono i grafici ne i diagrammi a portare a conclusioni utili, ma soltanto la poeticità del gesto istintivo che trasforma le congetture e le speranze in progetti concreti. Immagini accattivanti e slogan persuasivi non si traducono che in strumenti utili al pari di schizzi progettuali o divagazioni intellettuali, valutazioni statistiche e modelli virtuali non sono che
divertisement più o meno indispensabili, se non interviene, nella trasposizione del pensiero al locus, la responsabilità. Essa è il collante grazie al quale la congettura e la ricerca assumono, oltre il significato, un senso. Questo senso sarà la forma dell’architettura.
Quel tentativo di eidos, della forma essenziale, che sarà tanto imperfetto quanto è imprevedibile il futuro di quell’opera d’arte che è la città.
capitolo 3
alè!
fa
 
  “Muoversi” in città
L’architettura si trascende in edifici isolati in un tempo che ha ormai consumato le visioni di una città come aggregato di riferimenti e prototipi, dove il fatto urbano è il determinante dello spirito di una città e dove Il monumento è dato dal valore sociale che esprime che solo il tempo può determinare. Così La città ormai si determina in tipi che sempre di più cerca di indagare, per volgere ad una sola loro immagine di realtà; una ricerca affannosa e infinita, verificata soltanto nella stessa necessità dell’immanenza. Quel contrasto tra particolare e universale che si fa volontà, azione e costruzione.
Il fatto urbano si verifica ogni giorno nella sua imperfezione e nella sua importanza, non è perno alle attenzioni e ai riferimenti, ma determinante a priori dell’idea stessa della città della quale fa parte.
In tutta la teoria sul nuovo approccio all’urbanistica e alla pianificazione di Rossi la città è il riferimento universale dell’abitato, un concetto nuovo al quale oggi volgiamo naturalmente e che rientrerà, come per Guilles Clement, nel significato stesso di paesaggio: “il paesaggio è ciò che si vede dopo aver smesso di osservarlo.” Paesaggio e città osservati nella loro complessità senza più alcuna barriera geografica e semantica a dividerli, ma soltanto la volontà, piuttosto che la resa, di governare al meglio le scelte inevitabili che richiede. Ciò che ci appare non è l’argomento di una sola scienza ma l’insieme di realtà e memoria, così appare la città al nostro volgerci da essa, un ricordo dove i singoli fatti urbani si uniscono per assumere nella loro complessità e complementarietà il carattere della città.
Ogni città ha un carattere che ci portiamo dentro, che abbiamo verificato empiricamente o imparato indirettamente per immagini o parole. L’idea stessa di città è frutto della collettività che ne precisa, con un giudizio, il suo state of mind. Ma nel suo insieme è paesaggio nella su accezione più complicata e irreversibile, è l’insieme delle tipologie e dei pro-totipi che si uniscono senza volontà nell’idea di un luogo donando a questa una identità.
Quel contrasto tra particolare e universale che Rossi riconosce come inesauribile energia, si risolve nella resa della natura inconscia e indicibile che progressivamente si confà alla fede verso la patria assente di cui per natura fa parte: “si proviene da un interno per raggiungerlo di nuovo e si è costretti ad abbandonare tutti quelli che si incontrano – e quello da cui proveniamo non è mai più raggiungibile. Ma l’aperto per cui si procede è costantemente rigenerato da tale provenienza”.
Particolare e universale si confrontano in una ricerca infinita nel campo del molteplice, ma è solo nel mare, laddove nascono e permangono i prò-blemi, che si può cercare una via. Poiché il mare è fecondo di isole, portatrici di speranza.

Nella teoria dell’arcipelago, Cacciari, non si arrende di fronte alla constatazione che una visione inclusivista sia l’unica capace di dare una risposta all’analisi dell’ organizzazione dell’abitato. Sulle isole le città che nel loro pélagos contengono altre isole, poi altre isole, e tra loro il mare che le separa e le unisce: “Anche quando appare in tutta la sua immensità, non vien meno la fiducia che un cammino vi sia e che ad una di esse conduca. Dal Mare non nascono né vite né ulivo, ma le isole, si, che danno loro radice. Questo mare non è dunque astrattamente separato dalla Terra. Qui gli elementi si richiamano, hanno l’uno dell’altro nostalgia. È il are per eccellenza, l’archi-pélagos, la verità del Mare, in un certo senso si manifesterà, allora, la dove esso è il luogo della relazione, del dialogo, del confronto tra le molteplici isole che lo abitano: tutte dal mare distinte e tutte dal mare intrecciate; tutte dal mare nutrite e tutte dal mare arrischiate”. La complessità delle isole diventa una complicità in favore di un tendere comune. Quella specificità delle isole che le differenzia e quel “carattere” dell’isola-città, diventano parte di un processo significato nell’idea di raggiungere l’unità. Ma è la stessa impossibilità di diventare uno solo a garantire il valore di ogni singola isola, quella tensione generata dalla competizione, dall’ambizione di ognuna a rimanere se stessa in uno scambio inevitabile con le altre.

capitolo 2
ale!
fa
 
  Pensare alla città
Affrontare un progetto a scala urbana rappresenta, per un architetto, una strada senza ritorno, una via a senso unico che sgretola ogni certezza e rivoluziona l’approccio verso qualsiasi progetto, e più ancora, verso qualsiasi velleità espressiva.

Il procedimento inevitabile alla perdita dell’orizzonte di una pratica professionale che si pensava di conoscere è facile e eccitante. Ci si ritrova inebriati di conoscenze e famelici di curiosità e cultura, ma lontani dalla serenità di una metodologia di lavoro. Forse l’esperienza sarà capace di calmare le frustrazioni che accompagnano gli entusiasmi, ma è sicuro che non si tratta di un percorso sequenziale con inizio e fine, ne di un rapporto gerarchico chiaro e ripetibile.
È la consapevolezza di essere di fronte al mondo, di abitare in una dimensione collettiva e di possedere una grande responsabilità.
Sapere di non sapere non è più un monito, ma l’unica certezza.

Così è indispensabile farsi strada, poco per volta, con gli strumenti che si possiedono. Per riuscire a ridisegnare l’orizzonte sul quale poggiare il lavoro e ristabilire un equilibrio.

Nel lavoro di ricerca e progetto condotto per tutto il periodo del Master sono state molte le fonti che hanno sostenuto e alimentato il lavoro di indagine e disegno. Tra tutti però quatto testi si sono alternati nelle varie fasi e hanno generato una sorta di gravità per la quale ragionamenti e riferimenti non hanno mai potuto allontanarsi dalla loro attrazione gravitazionale.

Architettura delle città di Aldo Rossi , L’arcipelago di Massimo Cacciari, gli scritti di Kengo Kuma e gli appunti delle lezioni di Pier Vittorio Aureli, sono appunto i quattro pianeti.

capitolo 1
alè!
fa
 
venerdì 14 aprile 2006
  il futuro
in qualche modo abbiamo avuto la fortuna di essere partecipi -o forse più uditori- di una interessante discussione tra due figure dell'architettura contemporanea degli ultimi 40 (almeno) anni.

mr.kenneth frampton e il signor aurelio galfetti insegnano anche solo con le loro maniere, la loro educazione e classe vecchio stile, la limpidezza e la chiarezza delle loro posizioni e la docilità e sapienza con cui le contrappongono quando si trovano in totale disaccordo.

se abbiamo imparato anche solo una cosa quella mattina già dovremmo pensare al nostro futuro con grande speranza e positività.
certo l'acidità degli eventi potrebbe aver prevalso, ma io spero di no. spero che questa memoria non si annebbi mai, spero che quello che ho visto possa diventare mio -nostro- col tempo e con l'esperienza.

dobbiamo avere un futuro; e anche se ora sembra che sarà fosco, duro e incerto, è pur sempre l'unica cosa che abbiamo.

ciuss ovvero cari saluti
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se i lconfine deve diventare un progetto
francesco
capitolo1 - pensare alla citta'
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