“Ciò che volevo era semplicemente frammentare l’architettura. Capivo che le componenti di un edificio dovevano incontrarsi in modo più fluido. Volevo inoltre, che ciascun elemento architettonico fosse a sua volta un insieme di piccole particelle”.
Aver ricondotto l’architettura delle città a una disciplina artigianale che si muove nel campo della moltitudine fa si che si rendano interessanti quegli approcci che si relazionano al reale come a un sistema complesso ma intelleggibile tramite lo studio delle sue parti.
Un punto di vista che trova una traduzione progettuale nel lavoro di Kengo Kuma, architetto giapponese conosciuto come uno dei migliori interpreti dell’architettura contestuale giapponese,
Oltre ad affermare che l’unico suo interesse sia la frammentazione dell’architettura e della realtà per poterla comprendere e completala, egli si esprime in termini ancora più radicali quando si pone come traguardo la volontà di cancellare l’architettura.
Obiettivo che non deve essere letto come provocazione in termini formali, ma piuttosto una volontà che affonda le radici nei valori della ricca tradizione giapponese. Dagli scritti alle architetture si genera un percorso circolare, lo stesso che porta, con l’esercizio, al fine ultimo della spontaneità nel suo movimento continuo senza più il limite tra strategia e tattica.
Nell’assenza di mire utopiche e nella continuità delle proposte sta il fascino di un lavoro che si nutre contemporaneamente di stimoli reali e pretese utopiche. Le lamelle di legno che si alternano come strati verticali a proteggere l’interno e la monotonia della ripetizione infranta dall’asimmetria, non sono soltanto espressioni della poetica progettuale, esse esplicitano il desiderio ottimista di proporsi mondo senza pregiudizi, inserendosi con volontà in un mondo che prima di essere risolto deve essere compreso. Le costruzioni curate nei dettagli, ai quali spesso relegano il senso più profondo, si inseriscono nel paesaggio come una vera e propria congettura formale. Esse sono l’inizio, un primo passo, che seppur piccolo è l’unica opportunità che l’architetto possiede. Non a caso nei suoi scritti, dettagli e visioni del mondo hanno pari dignità, l’uno non può vivere se non alimentato dall’altro, e nessuno dei due può avere un senso da solo.
Non esiste la formula magica capace di riassumere la sua poetica, ma è chiaro il modo di porsi di fronte alla responsabilità di fare architettura. L’architettura è vista come la possibilità di cambiare il mondo e obbligare gli uomini a un qualcosa che spesso non chiedono, una forma di invasività che lo stesso Kengo Kuma non tollera, ma, vista l’irrinunciabilità, accetta, facendo di questo paradosso il motivo per dover a tutti i costi pensare e sognare un mondo migliore e poi concretizzarlo nella realtà.
Tutto ciò per commentare come non ci sia “dolore di forme” tra il progetto pensato e quello realizzato, poiché il vero dramma si genera prima, prima ancora che l’idea di una forma prenda vita. In questo modo ogni progetto celebra una sconfitta, la migliore che si poteva pensare di ottenere, ma pur sempre la celebrazione di un artificio che esiste soltanto per l’assenza i alternative.
Ma ciò che più mi preme sottolineare è come Kengo Kuma faccia di questo suo atteggiamento una pratica progettuale consueta e come questa si avvicini alla continua messa in gioco del punto di vista, quell’insieme di relazioni tra i sistemi chiusi nei confini di un’isola, focalizzata dal fermarsi della lupa, della lente d’ingrandimento.
Senza imporre insegnamenti Kuma propone un atteggiamento disincantato di fronte alla problematicità del molteplice. Evitando di confrontarsi in una sfida personale con le utopie, preferisce i sogni per dare un senso alle idee, servendosi dell’ironia per concretizzarle.
Così, di fronte all’obbligo per lui scomodo di dover utilizzare la pietra per realizare muri, si presta a scomporre il materiale stesso in una forma che faccia del muro l’unione di tante parti dove il vuoto che le alterna diventa la possibilità data alla costruzione di non isolarsi dal suo esterno, lasciando all’aria e alla luce la libertà di passare. Di fronte alla difficoltà di governare il tutto rappresentato dalla monoliticità di un muro che avrebbe trovato poco riscontro nei presupposti del progetto – nell’idea – egli ne frammenta materialmente il volume trovando la giusta dimensione dei frammenti.
Il legno tagliato a strisce orizzontali nello smaterializzare la verticalità della casa, la partizione geometrica della facciata che supera i profili del volume costruito, il vetro a cingere interamente la rotondità di un spazio appoggiato sull’acqua, non sono che tentativi di governare la quantità di informazioni per riassemblare le parti dopo averle frammentate e conosciuto il significato.
“Sul frontone del tempio comune a tutte le isole e a tutte le città dell’arcipelago sta inciso: conosci te stesso.
L’architettura si trascende in edifici isolati in un tempo che ha ormai consumato le visioni di una città come aggregato di riferimenti e prototipi, dove il fatto urbano è il determinante dello spirito di una città e dove Il monumento è dato dal valore sociale che esprime che solo il tempo può determinare. Così La città ormai si determina in tipi che sempre di più cerca di indagare, per volgere ad una sola loro immagine di realtà; una ricerca affannosa e infinita, verificata soltanto nella stessa necessità dell’immanenza. Quel contrasto tra particolare e universale che si fa volontà, azione e costruzione.
Affrontare un progetto a scala urbana rappresenta, per un architetto, una strada senza ritorno, una via a senso unico che sgretola ogni certezza e rivoluziona l’approccio verso qualsiasi progetto, e più ancora, verso qualsiasi velleità espressiva.
in qualche modo abbiamo avuto la fortuna di essere partecipi -o forse più uditori- di una interessante discussione tra due figure dell'architettura contemporanea degli ultimi 40 (almeno) anni.