Dilip da Cunhaparla di terra incognita riferendosi a una porzione di territorio sconosciuta sulla quale si posano gli occhi, e con loro un bagaglio di volontà che nello stesso osservare trovano il primo passo del progetto. La terra incognita non è waste land, ma l’opportunità offerta da un luogo per realizzare un progetto, per offrire speranza.alè!
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se tutto quello che vediamo ci porta a pensare che prima ancora che fossimo nati tutto aveva già cominciato il suo decorso autodistruttivo ora siamo solo noi a sperare che tutto questo duri anche per i nostri futuri figli senza sapere se i nostri sforzi basteranno se la nostra voce rimarrà sospesa nell'aria o se verrà raccolta da qualcuno che si unirà alla visione - alla speranza. l'evoluzione passa attraverso il confronto con quello che è non con quello che è stato. dobbiamo costruire il nostro futuro come tutti prima di noi hanno fatto, fondandoci sul futuro dei nostri predecessori. loro hanno costruito strade e palazzi noi potremmo costruire boschi e prati.
Il territorio non può prescindere dai confini. Al tempo stesso la potenzialità del confine deve trascendere i concetti di limite e di costrizione.
L’idea di confine è contraddittoria quando la linea burocratica non si riconosce sul territorio fisico; il confine non è una linea bensì una fascia che raccoglie realtà diverse che si confondono e si confrontano creando una sfasatura.
Il progetto deve creare armonia tra le diverse dinamiche esistenti e affrontare la sfasatura che il confine rende evidente. Ideare un confine come spazio di dialogo richiede allora l’impiego delle forze di tutti gli attori. Cogliere la positività del confine permette di sapere cosa manca da una parte o dall’altra di esso; di scoprire le nicchie libere interne ad un’economia e di sfruttarle a proprio vantaggio attraverso un’attenta sovrapposizione di governance e di progetto. La progettazione della sfasatura è il modo di gestire la multi-direzionalità delle fasce di confine.
Il progetto si concretizza attraverso l’interrelazione delle diverse attività: dell’abitare, del muoversi, del lavorare e della cultura, e con la scelta sul territorio di punti di incontro che costruiscano insieme una nuova identità che non veda più il confine come limite bensì lo sfrutti come possibilità di dialogo.
La gestione della sfasatura permette di dare una nuova misura agli spazi abitabili.
Il progetto intende focalizzare una proposta per l’area di contatto tra le Provincie di Milano, Como e Varese. I fondi del contributo andranno a finanziare un gruppo di ricerca costituito da quattro ricercatori coordinati da un professore incaricato dalla direzione del Master in Architettura del Territorio (Mas-Arch) dell’Accademia di Architettura di Mendrisio.
Lo studio si avvarrà dell’esperienza di ricerca svolta all’interno dell’atelier di master sui temi del limite tra Lombardia e Ticino. Tramite un’operazione di agopuntura lo strumento del progetto dello spazio pubblico si inserisce nel territorio mirando non solo a riqualificare dei luoghi , ma a creare nuove dinamiche generative che possano migliorare l’abitabilità del territorio nel suo complesso.
La contiguità geografica e l’interdipendenza tra l’area finora studiata e quella che si intende prendere in esame ai limiti della provincia di Milano, è un ulteriore punto di continuità tra la ricerca portata avanti finora dalla struttura dell’Accademia di Mendrisio specificamente sullo studio dell’architettura del territorio, che si vuole porre come ponte tra varie discipline per creare una visione di insieme, un orizzonte comune a specificità diverse e apparentemente incongruenti.
[1] Entrambe le citazioni sono tratte dalla bozza di lettera con cui Aldo Rossi risponde a Ezio Bonfanti dopo la pubblicazione del suo articolo “Elementi e costruzione.Note sull’architettura di Aldo Rossi”, in Controspazio, n° 10, ottobre 1970.
Se infatti sul piano della visione del mondo (e della relazione fra uomo e mondo) i due autori assumono posizioni opposte, proprio nel campo della visione dell’arte e nell’utilizzo dei suoi strumenti specifici ( ovvero nell’operatività della poetica), mostrano sorprendenti analogie [1].
Il che dimostra in primo luogo come, indipendentemente dalla sua collocazione nell’interpretazione del reale e dalla sua possibile teleologia, il processo di costruzione della forma debba sempre rispondere, in un modo che si potrebbe dire “naturale”, agli strumenti propri della disciplina artistica a cui appartiene.
E’ invece proprio una riflessione sulla finalità con cui si compie tale processo che ci consente di entrare nel merito del confronto fra le due antitetiche visioni del mondo di cui si fanno portatori Stravinskij e Robbe-Grillet.
Infatti, mentre Stravinskij, attraverso lo strumento della scelta ovvero del dogma, elegge l’uomo ad elemento “ordinatore” dei molteplici frammenti e possibilità del reale nell’opera d’arte, Alain Robbe-Grillet chiede all’uomo di rinunciare alla visione antropocentrica del mondo, indietreggiando dinanzi ad esso fino a ritrovare il proprio posto come sua parte, e non più come suo determinante. Rinuncia necessaria per la rivelazione del vero senso del reale: il non duale che solo può risiedere nella pura oggettualità.
Ed ecco ritornare il tema della finalità del processo artistico, come conseguenza coerente di queste premesse: così, ancora, mentre per Stravinskij lo sforzo ordinatore condotto dall’artista è guidato dal fine ultimo e superiore del raggiungimento dell’unità nell’opera quale elemento di comunione con il prossimo, per il romanziere la forma “oggettuale” resta priva di finalità proprie se non quella stessa della propria immanenza. Dunque forma aperta al caso e al cambiamento che deriva però con precisa coerenza, (assieme alla concezione del nouveau roman e degli strumenti che gli sono propri) da quella gnoseologia individuata da Alain Robbe-Grillet quale base della propria poetica.
Ma non potrebbe, forse, proprio l’assunzione di questa gnoseologia rappresentare la scelta del più radicale dei dogmi?
Così, al termine di questo confronto, due punti apparentemente contrapposti si sono rivelati come estremi che quasi si rincorrono in una circolarità.
Se attraverso di essi abbiamo potuto riflettere sul tema della forma all’interno del più vasto campo dell’arte, il terzo riferimento che ora affronteremo, proprio come un terzo punto che definisca il passaggio del cerchio, ci riporta nel campo dell’architettura tentando una riflessione all’interno degli strumenti della nostra stessa disciplina.
[1] Non solo nella scelta dei temi, e nel convergere di posizioni (ferma dichiarazione dell’indipendenza dell’arte e della sua impossibilità a comunicare alcun significato che le sia esterno; affermazione dell’assoluta priorità della forma come stessa ragione d’essere del fare artistico;condanna al persistere di una visione tardoromantica, e ancora contro i tentativi di asservimento dell’arte alla politica operati dalla rivoluzione sovietica ), ma anche, come nel caso della critica al concetto di formalismo,nella citazione di aneddoti simili.
“Un oggetto perfetto al punto da cancellare le nostre tracce…Tale è la difficile via della salvezza.”
Alain Robbe-Grillet
A distanza di quasi vent’anni,in un contesto culturale profondamente trasformato, il giovane scrittore francese Alain Robbe-Grillet, pubblica per la prima volta in “ Una via per il romanzo futuro” la raccolta dei suoi saggi e scritti di poetica giovanili.
Grillet constata in modo diretto e disincantato lo stato di decadenza del genere romanzo, per interrogarsi sul suo destino e sulle sue possibilità di rinascita.
Partendo da una critica del romanzo tradizionale e delle sue fondamenta psicologiche, passando attraverso la valutazione delle difficoltà intrinseche al radicale rinnovamento della forma letteraria e della sua comunicabilità, giunge rapidamente al tema centrale del discorso.
Egli riconosce e denuncia la visione del mondo alla base del romanzo classico: una visione antropocentrica che sovrappone le proprie categorie interpretative alla realtà e la nega nella propria oggettualità, per scomporla fino ad appropriarsene come riflesso del proprio spirito.
Dallo smascheramento di questo universo di significati emerge finalmente un mondo solido; una realtà non riducibile ad alcun significato esterno, dove oggetti e gesti si impongono finalmente per la loro presenza e la loro indifferenza all’uomo.
Grillet ci pone senza mezzi termini dinanzi a questa ritrovata realtà: “ Ora il mondo non è né significativo ne assurdo. Esso semplicemente è. (…) Attorno a noi, sfidando la muta dei nostri aggettivi animisti o sistematori, le cose sono là. La loro superficie è netta e liscia, intatta, ma senza ambigui splendori o trasparenze”.
Le cose cessano dunque di essere simboli che rimandano alla profondità dell’animo o ad altrove metafisici, per significare soltanto sé stesse.
La “destituzione dei vecchi miti della profondità” segna quindi il definitivo cambiamento dei rapporti fra l’uomo e l’universo e rende da oggi possibile una via per il romanzo futuro.
La violenta reazione della critica, e di parte dei lettori, a questa affermazione dà modo a Grillet di rispondere portando ulteriormente avanti la propria riflessione[1].
L’umanesimo tradizionale, col pretesto che l’unica percezione possibile sia quella soggettiva, elegge l’uomo a giustificazione di tutto. Parallelamente, in letteratura, l‘uso sistematico del linguaggio viscerale ed analogico, che ci rimanda continuamente alla nozione di un’unità nascosta e di una coscienza comune a tutta la creazione, tradisce il riferimento a un sistema metafisico.
Ma l’uomo può rifiutare la condanna perenne di una realtà panantropica, e rivendicare finalmente la propria libertà : “ l’uomo guarda il mondo e il mondo non gli rende lo sguardo. L’uomo vede le cose , e si accorge,ora, che può sfuggire al patto metafisico che altri aveva concluso per lui un tempo, e che parimenti può sfuggire all’asservimento e alla paura. Che può… che almeno potrà un giorno.”
L’uomo e il mondo si sono separati senzdolore: ora come liberare anche il romanzo dal condizionamento alla comunione o alla tragedia che ci impone la nostra civiltà mentale?
Come lo sguardo resta il migliore strumento per definire la nostra posizione rispetto al mondo, così il linguaggio descrittivo, misuratore, indica la strada per una nuova arte del romanzo.
La descrizione infatti, ponendosi volontariamente all’esterno delle cose e di fronte ad esse, non tenta più di appropriarsene né di farne il supporto di qualsivoglia proiezione: fermandosi sulla superficie degli oggetti ne garantisce l’estraneità e l’indipendenza.
La limitazione contenuta nel linguaggio descrittivo, è anzi ciò che ne garantisce l’efficacia:
riducendo le possibilità di interpretazione, stringe la distanza fra l’oggetto e la sua immagine comunicata, e nega la possibilità di rimando a qualsiasi aldilà significante.
Come in quei sogni che anticipano a frammenti la percezione lucida della realtà[2], in cui oggetti e avvenimenti sono intercambiabili, così il romanzo futuro, nella sua stretta aderenza alle cose, potrebbe essere lo strumento che ci disvela il reale non duale.
Interessante come Robbe-Grillet sottolinei come proprio il linguaggio, quale universo di segni autoreferenziali per eccellenza, possa essere uno strumento di indagine privilegiato nell’universo di segni in attesa di essere rivelati, che è il mondo.
Con un percorso convergente la preminenza dello strumento linguistico emerge anche da una constatazione della crisi di quegli elementi che la critica individuava come i fondamenti del romanzo tradizionale.
Il passaggio dall’epoca dell’apogeo dell’individuo a quella del numero matricola, ha decretato la fine del romanzo di personaggi. In un mondo che ha rinunciato all’onnipotenza della persona, non può più esistere l’eroe: il personaggio indietreggia e lascia il posto a un simulacro vuoto ormai privo di qualsiasi credibilità.
Contemporaneamente anche la storia, considerata ora frivola, ora ingannevole, ora troppo didattica, perde di consistenza : finisce anche l’epoca del romanzesco.
Così, ci suggerisce l’autore, se il romanzo sopravviverà a questa profonda crisi non potrà che assumere la forma di un romanzo senza romanzesco.
Del resto, ribadisce Robbe-Grillet, l’accusa di formalismo che gli viene rivolta, e che affonda le radici nell’intramontabile contrapposizione fra forma e contenuto, non è altro che l’ennesimo tentativo di negare all’arte la propria autonomia.
Tentare di ridurre il romanzo, o qualsiasi opera d’arte, a un significato che gli è esterno, è infatti negare alla radice la natura stessa dell’arte.
Essa è priva di contenuto e di finalità: essa è, e non necessita di giustificazione poiché la sua realtà risiede nella sua stessa forma.
Il vero scrittore diviene allora colui che non ha niente da dire, (colui che deve creare un mondo dalla polvere) ed il formalista colui che, pur di vedere accettati i propri contenuti adotta una forma sclerotizzata che è solo “rispetto delle regole morte”.
Ecco dunque che null’altro è Il romanzo se non forma: forma costruita del linguaggio.
“Infine, occorre ammetterlo, poiché tutto porta a questa conclusione: l’Arte non è che una Forma; ma (conviene chiudere gli occhi su quanto di vanaglorioso può avere l’espressione) è probabilmente la forma del mondo”.
[1] Due anni dopo, nel 1958, In “Natura, umanesimo, tragedia” , Robbe-Grillet, risponde all’accusa mossa dalla critica che la “destituzione dei vecchi miti della profondità” comporti necessariamente la “negazione dell’uomo”.
[2]Confronta “Joe Busquet, il sognatore” , in cui Robbe-Grillett a partire dalla valorizzazione dell’esperienza onirica operata dai surrealisti , affronta il tema dell’arte come sogno lucido.
“L’universalismo di cui stiamo perdendo i vantaggi è tutt’altra cosa dal cosmopolitismo che sta per sopraffarci: l’universalismo presuppone una cultura feconda, ovunque estesa e trasmessa, mentre il cosmopolitismo non prevede né azione né dottrina e provoca l’indifferente passività di uno sterile eclettismo”.
Igor Stravinskij
[1] “Il fenomeno musicale”,”Tipologia della musica”,”La metamorfosi della musica russa” ,”L’esecuzione”, ”Epilogo”.
[2] Tema poi ripreso e confermato in “Le metamorfosi della musica russa”, dove a proposito della situazione dell’arte nella Russia sovietica Strawinskij afferma che “ l’intellighenzia raziocinante pretende di assegnare un ruolo alla musica e di attribuirle un senso totalmente estraneo alla sua vera missione da cui è, in realtà, molto lontana”.
[3] Per Strawinskij “ in fondo, ciò che è irritante in questi ribelli dell’arte , di cui Wagner rappresenta il campione, è lo spirito sistematico che, con il pretesto di sopprimere le convenzioni, ne stabilisce di nuove altrettanto arbitrarie e molto più imbarazzanti, di modo che non è tanto l’arbitrio, tutto sommato inoffensivo, ad essere insopportabile, quanto il sistema che esso istituisce come principio”.